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CENTRO JACARANDÀ - PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

La psicoterapia individuale e la famiglia d’origine: una ‘caccia al colpevole?’

La psicoterapia individuale e la famiglia d’origine: una ‘caccia al colpevole?’



Ho deciso di affrontare questo tema perché emerge spesso nelle terapie individuali, e funziona da freno a mano tirato. Molte volte le persone arrivano con l’aspettativa, o il timore, che lə terapeuta accuserà della propria sofferenza i genitori o comunque la famiglia. Probabilmente molto spesso siamo in parte colpevolə di coltivare questo mito. In ogni caso, anche quando la persona arriva senza questa aspettativa, può sentirsi molto preoccupata ed allarmata nel momento in cui, in terapia, andiamo ad affrontare le relazioni familiari ed individuiamo aspetti critici o poco funzionali. 

Mi è capitato di sentirmi portare, dopo diversi mesi di terapia, un forte senso di colpa rispetto ad un genitorə, dovuto ad una percepita accusa cui la persona in terapia si è opposta silenziosamente, e con tanta fatica, per molto tempo.  

Credo abbiamo tutti a mente lo stereotipo dell’analista che, al paziente sulla chaise long, chiede di parlare della madre. A ben pensarci da ragazza avevo un poster, in camera, che rappresentava una foto di Ferenczi seduto dietro ad un paziente, e la frase a commento ‘Mi parli di sua madre’. Al contempo, vi è un altro stereotipo, egualmente fuorviante, della terapia evidence-based che della famiglia di origine non si occupa affatto.  
 

Facciamo un po’ di chiarezza. Gli stereotipi sono, in quanto tali, convinzioni di cui spesso non siamo molto consapevoli, che perlopiù sono utili, ma in alcuni casi divengono fuorvianti, soprattutto quando categorizzano persone e comportamenti, che sono invece piuttosto complessi. 

Eccomi alla domanda tanto attesa: parleremo delle relazioni familiari? Certo che sì. Per quale motivo? Perché è l’ambiente nucleare in cui formiamo, sotto al livello della consapevolezza, le nostre fondamentali convinzioni su chi siamo noi, chi sono gli altr3, e come funziona il mondo, o come funziono io nel mondo. 

Non posso non pensare, a questo riguardo, ad una teoria che un tempo era in voga rispetto ai disturbi dello spettro autistico, che riconduceva questi disturbi ad una disfunzione nella relazione con la madre (teoria nota come della ‘madre frigorifero’); penso anche a quante madri si saranno sentite terribilmente colpevoli per questo. Oggi questa linea di pensiero è stata del tutto screditata, riconoscendo che i disturbi dello spettro autistico sono una forma di neurodivergenza riconducibile a vari fattori eziopatogenitici, ma non ad una disfunzione nella relazione materna. 

Dunque, alle volte può essere accaduto proprio questo. Se tuttavia devo essere sincera, so che vi sono alcune correnti di pensiero tra alcun3 collegh3, che continuano in effetti a fare terapia ponendo un’enfasi davvero pronunciata sulle mancanze genitoriali. Da un lato è importante infatti ricondurre certe credenze erronee alle prime esperienze infantili, e comprendere quali possano essere le responsabilità della famiglia; d’altro lato, tuttavia, è altrettanto importante ribadire e sottolineare alcuni aspetti davvero fondamentali. 

  1. I genitori sono esseri umani, a loro volta portatori e portatrici di ferite, traumi, fatiche. Tolti i casi di trascuratezza evidente e grave, ogni genitore fa, ne sono fermamente convinta, il meglio di cui è capace. Credo nessuno abbia la ‘colpa’ di portare ferite e fatiche. Ho parlato di abusi gravi; nel suo bellissimo libro ‘Di troppo amore’, Ameya Gabriella Canovi sottolinea tuttavia qualcosa di scontato e tuttavia prezioso: anche il più abusivo dei genitori ha messo al mondo i suoi figli. Sto proponendo di giustificare comportamenti gravi? Decisamente no, di riconoscere invece ciò che abbiamo ricevuto, anche quando è davvero il ‘minimo sindacale’: in casi tanto atrocemente gravi, la vita. 

  1. Essere genitor3 è una delle cose più difficili che si affrontino nella vita – e quando va tutto al meglio si tratta di una scelta. Non per niente si parla così tanto di genitore sufficientemente buonə, a sottolineare il fatto che non esiste il genitore ottimo o quello così così, ma un essere umano che, per la maggior parte delle volte, riesce a sintonizzarsi sui bisogni del figliə (sto semplificando molto, il riferimento è a Winnicot). Insomma, non facciamone una pagella. 

  1. Quando diventiamo genitori, compito davvero bello ed impegnativo, possono riemergere molti vissuti della nostra infanzia, molti ricordi sia belli che dolorosi, che ci colgono impreparati e ci inducono a fare i conti con alcuni piccoli o grandi sospesi. Tutto questo accade in un momento nevralgico, di grande cambiamento, nel quale inevitabilmente ci mettiamo in discussione. Insomma, è un momento estremamente impegnativo per un genitore sotto molti punti di vista. Ci stupiamo che non sia sempre sul pezzo? 

  1. Parliamo anche del contesto sociale. Se pensiamo ai genitori di qualche generazione fa, possiamo notare che avevano frequentemente più supporto da parte della famiglia allargata, quando non si spostavano; accadeva più spesso che la madre si dedicasse in toto alla famiglia; di converso vigevano delle regole di puericultura e pedagogiche che oggi riteniamo sostanzialmente inadeguate (pensiamo alle punizioni fisiche, per citarne una eclatante). Guardando ai genitori odierni invece, notiamo alcune differenze importanti: i figl3 si fanno più tardi ed i nonni o sono anziani o vivono lontani; i genitori lavorano entrambi ed il congedo parentale è breve per le madri, quasi irrilevante per i padri; il risultato è che i genitori oggi partono nel viaggio di crescere un bambino con tantissime buone intenzioni e nozioni, ritrovandosi però a doversela cavare in una desolante solitudine e con l’aspettativa di essere ‘efficienti;’ perché anche la famiglia va gestita con efficienza. Lo so, è orribile anche solo da scrivere, ma per quanto posso vedere, spesso l’aspettativa generale a partire dal mondo del lavoro è questa. Come a dire: se non sai gestire efficientemente gli impegni familiari, era meglio non fare figli. 

Dunque, per fare un bambinə ci vuole un villaggio, tanto amore, grande supporto e responsabilità diffusa (intendo dire che tutta la comunità si fa comunità educante, invece che ‘è figlio tuo, gestiscitelo tu’). 

Perché questa lunga trattazione a difesa dei genitori?  

Per aiutare le persone a capire cosa è successo, perché qualcosa è andato storto. Non è che i genitori non abbiano colpe: hanno responsabilità, nei casi più gravi parliamo di vere e proprie colpe, tuttavia restare focalizzati su questo non aiuta nella terapia. Infatti restare immersi nella rabbia e nella recriminazione ci induce in uno stato emotivo affatto utile al cambiamento, che è invece agevolato da un senso di fiducia, in noi stessi ma anche negli altri, e dalla capacità di comprensione empatica, ancora una volta di noi stessi, ma anche dell’altro. La rabbia ci porta ad un’attivazione fisiologica del nostro sistema simpatico, che attiva una rete di strutture cerebrali deputate originariamente alle reazioni di attacco e fuga. Se da un lato la rabbia ci attiva e ci induce a modificare qualcosa che non va bene per noi, dall’altra resta il fatto, così doloroso, che il passato non si può cambiare, si può solo capire. Ciò che possiamo cambiare è il presente, e per farlo abbiamo necessità di entrare in uno stato fisiologico piuttosto volto alla connessione, sia con noi stessi che con gli altri, e permeato da fiducia. 

Una delle tecniche adottata nella terapia con l’analisi transazionale è l’intervista al genitore, una tecnica nella quale il paziente assume il ruolo del genitorə interiorizzato, ed il terapeuta lo intervista con il fine di comprendere il suo comportamento e recuperare e, laddove utile, potenziare, le dimensioni affettive e gli aspetti positivi. Ciò che continua a farci male negli anni, infatti, sono i vissuti che abbiamo interiorizzato di alcune esperienze, che ci conducono a generare in noi una parte genitoriale che può essere critica, rigida o addirittura persecutoria. 

Incredibilmente fare pace con il nostro Genitore interiorizzato ci aiuta molto a recuperare i vissuti e le esperienze positive con il nostro genitore reale; un effetto secondario ma davvero benefico della psicoterapia, che mi impegno a portare avanti con le persone con cui percorro la strada del cambiamento. Questo accade perché, curate le nostre ferite emotive, riusciamo ad empatizzare con i nostri familiari, sviluppando quella forma così utile di com-passione, che abbiamo appreso in primis verso noi stessi. 

Sfatiamo dunque questo mito, che la psicoterapia sia un modo per scaricare colpe alla famiglia; la psicoterapia invece funziona quando possiamo distinguere serenamente le responsabilità nostre da quelle altrui, e perdonare sia noi stessə che gli altri per ciò che è andato storto. 

 

 

Valentina Cozzutto

Psicologa, Psicoterapeuta, Sessuologa Clinica, Fondatore Centro Jacarandà

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